Le persone sono stupide
Storia di un luogo comune e di un luogo vero
Me lo diceva mia madre, quando le riportavo le cronache della scuola elementare: bambini inferociti che lanciavano proiettili di carta e plastilina contro la malcapitata supplente di turno - il più delle volte una neolaureata ventenne con i jeans stretti e i capelli stirati -. Me lo diceva mia nonna, mentre ascoltava le notizie al TG e arrostiva il pane sulla stufetta alogena per farci bruschette. Me lo diceva il mio ex, con l’arrogante cipiglio di chi si porterebbe a letto il proprio ego rimorchiandolo con uno spritz al Campari e proponendogli un rapporto non protetto perché “mi danno fastidio i preservativi” (che questo potrebbe causare inevitabilmente il suo auto-sabotaggio non gliel’ho mai rivelato, ma spero lo capisca da solo).
Me lo dicono in tanti, che le persone sono stupide, e ogni volta mi chiedo chi abbia tracciato la linea di demarcazione che raggruppa le persone, definendone l’insieme. Chi sono queste persone e come si identificano? Perché se vale il principio secondo il quale chi pronuncia questa frase è automaticamente esente dall’essere stupido (difficilmente qualcuno si insulta da solo), allora quando a farlo è mia madre l’anatema della stupidità colpisce di certo anche il mio ex - non a caso -. Di conseguenza, è lecito pensare che, quando questa frase la pronunciava mia nonna, la stupidità investiva di contro anche mia madre, la quale non possedeva alcun amuleto protettivo per difendersi e rimandare la fattura al mittente. E tutto questo mi induce a supporre che, quando a declamarla era il mio ex, la formula magica regina dei luoghi comuni colpiva tutti, indistintamente (tranne lui, si capisce, di questo ne era certamente convinto), comprese mia madre e mia nonna: un cortocircuito inesorabile in cui la stupidità rimbalza senza pietà alcuna.
Va da sé, che nella mia testa sorgeva spontanea la domanda delle domande: ma quindi, se le persone sono stupide, sarò mica stupida anche io? Non per diretta conseguenza, ma per semplice contagio, questo dubbio ha iniziato a insinuarsi nella mia testa, meschino e subdolo come solo i luoghi comuni sanno essere. Questo ha condizionato diverse scelte nella mia vita, di cui non parlerò in questo momento, perché siamo stanchi delle auto-narrazioni che si credono lezioni di vita (la vita è vita, e basta, non tutto è davvero degno di essere raccontato). Ci basti sapere, quindi, che c’è stato un momento della mia esistenza in cui tutto questo ha iniziato a vacillare, per mia fortuna e non certo per mio merito.
Alla soglia dei trent’anni sono successe delle cose: il mio ex è diventato tale, sono tornata dove sentivo che le mie radici sarebbero cresciute anche senza terreno (mai sottovalutare la coltivazione in acqua), ho preso in affitto una stanza in un appartamento pieno di muffa -ma con una bella vista- e un sabato pomeriggio mi sono ritrovata a condurre un laboratorio di filosofia in piazza, rivolto ai bambini che venivano trascinati a peso morto dai genitori lungo le strade del centro (se avete amiche che lavorano nel sociale state molto attenti, perché potrebbero chiedervi questo tipo di favori).
Non sapendo quanti bambini aspettarmi, ho chiesto aiuto ai miei colleghi dottorandi, in un’epoca in cui credevamo ancora di essere simili a dei missionari, mandati su questa terra per soffrire e spargere il seme della conoscenza. Il tutto si è tradotto in una rasserenante mezz’ora di relax per i genitori (i quali potevano finalmente concedersi una passeggiata con la coscienza pulita, perché avevano proposto ai figli un’attività culturalmente elevata) e di inevitabile caos per noi, “Il collettivo giovani filosofi” (nato quello stesso pomeriggio, perché ci hanno chiesto “chi siete?” e la risposta “noi” non sembrava abbastanza convincente).
Invitavamo i bambini a riflettere sul concetto di “spazio”, proponendo loro dei disegni: che più di un bambino abbia disegnato navicelle spaziali fluttuanti rifiutando ogni tipo di spunto ulteriore è un dettaglio marginale. Alla fine di questa tortura, naturalmente gratuita e condotta per amore della conoscenza e dell’amicizia, la mia amica I. è passata a prendermi. In effetti, all’epoca non eravamo ancora davvero amiche, quel periodo si ripresenta alla mia memoria in modo nebuloso e indistinto, ma di certo ricordo nettamente il momento in cui, dopo aver ordinato una tequila al ristorante messicano (non ci eravamo andate per mangiare, solo per bere tequila scadente), mi ha detto: “perché non organizzi un laboratorio di filosofia per adulti? Non è giusto che queste cose si facciano solo per i bambini.” Alla mia domanda “sì, ma chi ci verrebbe?” lei mi ha risposto “io” e mi è sembrato già sufficiente per accettare.
FiloLab è nato in un ristorante messicano in cui non abbiamo mai mangiato ed è cresciuto in una ciclofficina che non aveva mai visto una cosa del genere. Per fortuna, i ristoranti a Padova ti danno anche solo da bere e le ciclofficine, se hanno una sala polifunzionale, ti permettono di sperimentare cose mai viste: l’importante è non mettere in disordine gli attrezzi, se no i meccanici si incazzano. Come si fa con i figli, con gli animali domestici e con le prime automobili, dovevamo trovare un nome alla nostra creatura.
La prima ipotesi è stata FiloLab: laboratorio di filosofia per adulti. Il messaggio che volevamo trasmettere è il seguente: è un laboratorio di filosofia e non è per bambini. Ma come potevamo definire gli adulti? Per età anagrafica? Titolo di studio? Esperienze di vita? Dai 18 ai 99 anni ci sembrava lo slogan di un centro parrocchiale; dai 18 anni in su il disclaimer di un film a luci rosse, e per maggiorenni il cartello di un bar che non vuole chiudere bottega dopo un’ora servendo vodka liscia a sedicenni impazziti. Alla fine abbiamo optato per FiloLab: laboratorio di filosofia per persone. La scelta ci sembrava opportuna per due motivi: “persona” è inclusivo e “persone”, secondo la filosofia di Husserl, in un certo senso lo si diventa nell’intersoggettività (di questo parleremo più avanti).
Capite bene che certe convinzioni fanno giri lunghissimi e poi tornano indietro, come gli amori (questa cosa non l’ho inventata io), e spesso come gli amori si camuffano da qualcun altro, per confonderci le idee. Non è passato quindi molto tempo prima che io pensassi, ricordando mia madre, mia nonna e il mio ex : “tutto bello, Ila, ma non ci verrà nessuno: le persone sono stupide”.
“Luogo Comune” comincia da qui, dal momento in cui è nato un altro luogo, che da subito si è mostrato un luogo vero: uno spazio di condivisione e confronto, che da tre anni a questa parte scandisce i nostri mesi come il ciclo mestruale e che come quest’ultimo è insieme sollievo e fatica. Parla di come ci siamo ritrovati a camminare sulla linea delle nostre convinzioni, scoprendo una forma di socialità che va oltre la competizione, la performance e il profitto. Racconta di quando ho capito che sì, come tutte le persone sono stupida anche io, soprattutto perché ho scoperto che il primo significato di stupido sul dizionario Treccani è “Preso da stupore, attonito, sbalordito”.
Proverò a dare forma a tutto questo, per lasciarne traccia, in forma di racconto. Non sarà un riassunto, né un diario: solo il tentativo di mettere insieme dei pezzetti che per ora esistono solo nelle memorie di alcuni. Probabilmente alcune cose non saranno vere, ma forse proprio per questo saranno reali. Un post al mese, per cominciare, poi si vedrà. Del resto i luoghi comuni sono come le chiacchiere da bar: sembrano inutili, ma a volte ti fanno cambiare idea.


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