Chi fa da sé fa per tre
E altre illusioni dell'autosufficienza.
C’è un momento, in ogni esperimento collettivo, in cui bisogna smettere di sapere e iniziare a fidarsi.
Parlare di FiloLab significa confrontarsi con un prima e con un dopo, con un percorso che è fatto a sua volta di percorsi, più o meno riusciti. La buona notizia è che, prima o poi, si ricomincia sempre, e che questa volta siamo giunti a un punto di non ritorno. Da ora in poi, ci sarà sempre e solo un “dopo”.
Per questo ciclo abbiamo deciso di cambiare rotta: leggere un solo testo, anziché nuotare nella miriade di stimoli che mensilmente mi divertivo ad accostare. Il testo in questione è Realismo Capitalista di Mark Fisher. Bello, direte voi, e lo penso anch’io - se non fosse che qui si parla del presente. E riflettere sul presente è difficile, perché esige una distanza irraggiungibile, oserei dire inimmaginabile, finché si vive e agisce nell’immediatezza del qui e ora.
È molto più semplice - in un paradosso che molti neppure riconoscono come tale - mettere a tema l’astratto, il lontano, fare sintesi di un concetto che percepiamo come distante. Pensare il presente, non in chiave ipercritica ma generativa, richiede uno sforzo che sembra irrealizzabile. Dico “sembra” perché, in realtà, l’inizio di questo ciclo di incontri ha dimostrato l’esatto opposto: riflettere sul presente è possibile, ma solo se accettiamo di aver bisogno di aiuto. Con buona pace del chi fa da sé fa per tre.
Al termine del primo incontro ero esausta e delusa. Avevamo letto solo le prime pagine, gestendo a fatica la frustrazione di dover aspettare per capire dove saremmo approdati: un esercizio di pazienza argomentativa e di attesa. Molti di noi si sono incagliati su alcuni concetti; diverse domande sono rimaste sospese. Io non mi sentivo all’altezza della conduzione: era troppo difficile, in sole due ore, far sì che il gruppo raggiungesse un “punto fermo”, o qualcosa da portare a casa.
A differenza delle altre volte non avevo selezionato il cuore degli argomenti da trattare. Dovevamo seguire Fisher - solo Fisher -accettando che sarebbe stato lui a portarci da qualche parte, chissà quando e chissà dove. Ho messo in dubbio l’impianto del progetto, l’idea, tutto: per come la vedevo io, quelle persone erano venute per capire qualcosa ed evidentemente non ero stata in grado di rispondere all’aspettativa. Ci sono voluti diversi giorni di decompressione per capire che, in realtà, stava andando tutto bene. E l’ho capito nel preciso istante in cui mi sono trovata di fronte a un dato di fatto: quelle persone sarebbero tornate.
Mettendo da parte le autocommiserazioni di cui tanto ci piace parlare, ho compreso che quello che abbiamo creato, dopo tre anni di esperimenti, è uno spazio genuinamente collettivo. Uno spazio in cui non vige la logica estrattiva della “pillola di”, compressa e sintetizzata in laboratorio da un presunto esperto sul tema (impara la filosofia in due minuti e scopri la felicità, comprendi Platone in dieci semplici passi). Uno spazio in cui la sensazione di aver imparato qualcosa dopo aver scorso un’infografica dai colori brillanti non trova posto, perché non esiste. Lo slogan e il gancio non trovano appiglio.
Un insegnamento, in effetti, c’è stato. Ma non di natura contenutistica, bensì posturale: bisogna imparare a farsi da parte. E farsi da parte non significa sottrarsi, offesi dall'insufficienza del nostro io, ma accettare quell’insufficienza ed esercitare la dissoluzione, insieme e con un gruppo. Diciamo gruppo e non community, perché parliamo di persone in carne e ossa, con i dolori mestruali, la gola secca, il mal di testa, i capelli sporchi, i calzini bucati. Persone che nella loro consapevole finitezza confliggono nei punti di vista, non sempre trovando riconciliazione. Perché la realtà è spesso inconciliabile e va bene così.
Quello che ci siamo trovate davanti è un gruppo di persone stanco delle semplificazioni e dei trend. Non che ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato nei social, che usiamo e continueremo a usare, perché ci mettono in contatto con realtà e luoghi straordinari. Ma il punto è che non basta. Non basta condividere un post, una storia destinata a sparire dopo ventiquattro ore, leggere un’infografica o guardare un reel: per resistere bisogna incontrarsi. Incontrarsi davvero significa sforzarsi, soprattutto di tacere (quando serve). Non avere un’opinione, non volerla urlare a tutti i costi, stare in silenzio, ascoltare e riflettere, con calma, senza fretta, senza lo spettro dell’engagement e della prestazione. Significa sorridere di fronte a un cortocircuito: mettiamo a tema la necessità di silenzio occupando uno spazio e scrivendo di questa necessità.
Come è liberatorio capire che incontrarsi, in fin dei conti, vuol dire accogliere il nostro destino, la contrazione dell’io in un punto inesteso, come direbbe Wittgenstein. Del resto, per citare una band che ha segnato l’ingresso nella vita adulta di un’intera generazione: “E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare / Perché pure a sparire ci si deve abituare”.

